Michele Moretti, il terzino che uccise Mussolini: la storia mai raccontata

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Aprile 1945: la fuga di Benito Mussolini finisce nelle acque del lago di Como, tra controlli partigiani e scelte decisive. Tra gli uomini che fermarono il convoglio tedesco a Dongo c’è una figura poco nota al grande pubblico ma centrale per gli ultimi attimi del regime: Michele Bruno Moretti, nome di battaglia “Pietro Gatti”. La storia intreccia calcio, politica e vendetta storica, e il dettaglio più controverso resta chi abbia realmente premuto il grilletto.

Il fermo a Dongo e la morte del Duce

Nei giorni che precedettero il 28 aprile, Mussolini cercò disperatamente la Svizzera. Il suo viaggio durò poco. A Dongo, dove una colonna partigiana fermò il convoglio tedesco, il dittatore fu identificato nonostante il travestimento da soldato della Wehrmacht.

Mussolini e Claretta Petacci furono arrestati sul posto e trasferiti in custodia. La mattina del 28 aprile si consumò la fucilazione a Giulino di Mezzegra. Da allora, l’identità dell’esecutore materiale alimenta dibattiti e ipotesi contrastanti.

Michele Bruno Moretti: dal campo da calcio alla lotta partigiana

Michele Bruno Moretti nasce nel 1908 a Como. Prima di entrare nella Resistenza fu atleta e sindacalista.

  • Esordì giovanissimo con l’Esperia.
  • Giocò con la Comense dal 1927 al 1935.
  • Chiuse la carriera agonistica al Chiasso.

Convocato in Nazionale, nel corso di un allenamento ebbe un duro scontro con il centravanti Attila Sallustro. L’episodio influenzò la sua carriera calcistica. Più tardi, come partigiano, assunse il nome di battaglia “Pietro Gatti” e operò come commissario politico garibaldino.

Nel momento dell’arresto di Mussolini, Moretti fu una figura di primo piano. Collaborò con Ivo Bitetti, un pallanuotista che fungeva anche da interprete grazie alla conoscenza del tedesco. Questa sinergia fu importante per le trattative con i militari tedeschi e per la gestione dei prigionieri italiani nel convoglio.

La versione ufficiale e le controversie sull’esecuzione

Secondo la ricostruzione accreditata, il comandante Walter Audisio, noto come “Valerio”, avrebbe impugnato il mitra per eseguire l’ordine di fucilazione. Audisio raccontò di un inceppamento dell’arma e della successiva ripresa dell’esecuzione.

Testimonianze confliggenti

  • Alcuni storici sostengono che Audisio abbia sparato solo dopo che la raffica mortale era già stata esplosa.
  • Altri sostengono che Moretti o altri partigiani abbiano avuto un ruolo attivo nella fase conclusiva.
  • Lo stesso Moretti, anni dopo, minimizzò l’importanza dell’attribuzione, ponendo la questione su un piano esistenziale e morale.

La vicenda si intreccia con altri misteri della liberazione: il cosiddetto “oro di Dongo” e corrispondenze diplomatiche che hanno alimentato teorie e inchieste.

Il ruolo politico e simbolico di Moretti nella Resistenza

Moretti emerge come una figura che unisce esperienza sportiva e impegno politico. La sua storia racconta la trasformazione di un uomo comune in partigiano.

  • Da terzino a commissario politico: cambiamento di prospettiva e responsabilità.
  • Competenze linguistiche e rapporti con altri prigionieri resero possibile la gestione delle trattative.
  • La sua presenza a Dongo lo colloca tra gli artefici della caduta del regime.

La memoria storica resta divisa, ma è indubbio che la figura di Moretti contribuisca a spiegare le tensioni e le scelte di quei giorni. Il confronto tra testimonianze, documenti e ricordi personali continua a nutrire studi e dibattiti.

Documenti, testimonianze e ricerche ancora aperte

Il caso dell’esecuzione e gli eventi di Dongo sono oggetto di ricerche continuative. Archivi, lettere e interviste consentono ricostruzioni sempre più dettagliate, ma non definitive.

  • Materiale d’archivio nazionale e locale viene esaminato per ricostruire i fatti.
  • Interviste ai protagonisti e ai testimoni offrono punti di vista spesso discordanti.
  • Storiografi e inchieste giornalistiche cercano di mettere ordine tra mitologia e realtà documentata.

Resta aperto il nodo su chi abbia materialmente sparato. Quel dettaglio non toglie però valore all’azione collettiva dei partigiani e al peso storico di quanto accadde a Dongo e a Giulino di Mezzegra.

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