Ca’ Barambon: nuova mecca gastronomica nell’Appennino reggiano

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Sul crinale dell’Appennino reggiano, una casa di pietra sta riconnettendo sapori antichi e pratiche contemporanee. Ca’ Barambon è diventata in poco tempo un riferimento per chi cerca una cucina radicata, fermentazioni spontanee e un approccio allo spreco che non è solo etichetta.

Dal mondo della birra artigianale a una nuova bottega gastronomica

Alessandro “Alle” Belli non è arrivato a Ca’ Barambon per caso. Dopo anni passati a trasformare l’Arrogant Pub in un punto di riferimento per la birra artigianale, ha tradotto la stessa curiosità e rigore in una realtà rurale.

Quel percorso ha compreso:

  • la gestione dell’Arrogant Pub, locale che ha portato la cultura della birra al grande pubblico;
  • l’organizzazione dell’Arrogant Sour Festival, dove le birre acide hanno incontrato chef e appassionati;
  • la creazione di spazi per dialogare con produttori, cuochi e artigiani.

Il passaggio non è stato un abbandono, ma un’evoluzione: Alle ha trasferito sul territorio la stessa capacità di incuriosire e spiegare, andando oltre il bar e dentro la natura che circonda Vezzano sul Crostolo.

Il luogo: storia, cantina e nuove vite

Ca’ Barambon è un casolare arroccato tra vecchi sentieri e boschi. Le pietre raccontano vicende di contadini, pastori e chi cercava riparo. Al centro di tutto c’è la cantina, oggi nucleo conviviale dell’ospitalità.

Qui i visitatori spesso iniziano la loro esperienza con:

  • un calice in mano tra bottiglie e salumi appesi;
  • racconti dal tavolo della cantina e affettati serviti al momento;
  • formaggi che maturano nella madia, avvolti dal fieno.

Alle ed Elisa Migliari hanno acquistato la struttura e il terreno circostante. Hanno avviato i lavori di recupero puntando a mantenere intatto il carattere del luogo.

Filosofia del cibo: dal foraging alla fermentazione

La cucina nasce dall’intreccio tra territorio e tecnica. Qui raccolta, recupero e zero spreco non sono slogan: sono pratiche quotidiane.

Fonti e collaborazioni

Il progetto coinvolge allevatori, casari, cacciatori e artigiani locali. Tra i protagonisti compaiono nomi e produzioni che arricchiscono il menu e i processi di trasformazione.

  • Davide Belli, dietro Kekoji, cura prodotti fermentati moderni e tecnici;
  • un pastore pugliese porta formaggi e ricotte consegnate ancora calde;
  • Biogold fornisce carni e bovini biologici, tra cui tagli selezionati di animali maturi.

La proposta in cucina: piatti semplici e intensi

La carta è pensata per valorizzare i doni del bosco e le autoproduzioni. La cucina usa legna e brace, forno esterno e un bancone dove dialogare con chi cucina.

Elementi ricorrenti:

  • erbe selvatiche raccolte a pochi passi dalla Ca’;
  • fermentati che danno profondità ai condimenti;
  • carni di razze locali e lavorazioni del quinto quarto.

Esempi dal menu

  • Insalata wild con erbe spontanee (10€).
  • Testina di agnello con finferli e miso (15€).
  • Tortello selvatico con ricotta di pecora ed erba amara di San Pietro.
  • Tagliatella di uova d’oca con ragù di fagianella e garum di fagiano (16€).
  • Capretto con fondo amaro (24€).
  • Proposta vegetariana/vegana: cardo al miso di zucca, noci di Marola e pane di castagne (18€).

La formula è snella: un bancone con quattro sgabelli fronte cucina e una tavolata conviviale da circa dieci posti. Piatti netti, spesso semplici assemblaggi, pensati per esaltare ciascun ingrediente.

Eventi, contaminazioni e rete gastronomica

Ca’ Barambon è anche un crocevia di idee. L’esperienza maturata all’Arrogant Pub ha creato legami che alimentano degustazioni e incontri.

  • Il lavoro con chef e birrifici ha aperto la strada a sperimentazioni.
  • Artigiani locali, come ceramisti, entrano nel racconto della sala.
  • Eventi tematici riportano in alto l’attenzione sulle fermentazioni e sui prodotti selvatici.

Tra i nomi che nel passato hanno preso parte a iniziative legate a questo circuito si ricordano figure del panorama gastronomico italiano, portatori di ricette e visioni diverse.

Il ruolo della fermentazione e dell’autoproduzione

Fermentare qui non è moda: è metodo. Dalle conserve alle miscele miste e spontanee, la trasformazione è scelta consapevole.

  • Kekoji firma fermentati pensati per accompagnare piatti semplici.
  • La cantina ospita bottiglie che dialogano con le proposte di cucina.
  • Le autoproduzioni riducono scarti e valorizzano sapori terreni.

Un progetto aperto: promuovere il territorio e il futuro della ristorazione

Alle non si limita a cucinare. Vuole creare un modello replicabile, dove il rapporto con il territorio è centrale. La sfida è faticosa, ma la convinzione è forte.

Tra i punti chiave del progetto:

  1. valorizzare biodiversità e saperi locali;
  2. mantenere pratiche sostenibili e di recupero;
  3. provare che una ristorazione radicata è sostenibile anche economicamente.

In cucina la legna guida i sapori, la cantina ospita chiacchiere e bottiglie, e il bosco diventa dispensa. L’esperimento è in corso, con un gruppo affiatato che ha trasferito esperienza e curiosità dalla città alle colline.

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