Campari vende tre storici amari italiani: chi li comprerà?

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Campari accelera nella riorganizzazione del portafoglio e mette sul mercato tre nomi storici del made in Italy. La mossa apre a una partita di compravendite che interessa sia produttori locali sia gruppi e fondi internazionali.

Quali sono i tre marchi italiani proposti in vendita

Secondo fonti di mercato, i brand inizialmente offerti agli investitori sono tre liquori radicati nel territorio.

  • Averna, amaro di origine siciliana con forte presenza nel circuito dei cocktail e delle vendite retail.
  • Braulio, amaro valtellinese noto per la lunga macerazione delle erbe alpine.
  • Zedda Piras, produttore storico di mirto sardo e specialità isolate.

Chi sta curando la vendita e precedenti operazioni rilevanti

Le trattative verrebbero guidate da consulenti dell’investment bank che già seguì la cessione di Cinzano.

Mediobanca sarebbe il consulente attribuito all’operazione. Fu la stessa banca a gestire il passaggio di Cinzano a Caffo 1915, transazione che coinvolse il gruppo calabrese proprietario di marchi come Amaro del Capo e la birra Calabrau.

Chi sono i potenziali acquirenti: gruppi e produttori italiani in prima fila

Più operatori italiani sarebbero interessati ad ampliare il loro portafoglio con queste etichette tradizionali.

  • Gruppo Montenegro (famiglia Seragnoli): già presente con Amaro Montenegro e altri aperitivi.
  • Illva Saronno: storico produttore di Amaretto e Rabarbaro Zucca.
  • Fratelli Branca Distillerie: casa di marchi iconici nel settore degli amari.
  • Lucano 1894: gruppo di Matera con radici nella produzione di liquori tradizionali.
  • NewPrinces di Angelo Mastrolia: soggetto attivo in recenti acquisizioni industriali.

La lista include sia aziende familiari sia realtà capaci di integrare le produzioni locali in filiere più ampie.

Perché Campari sta dismettendo marchi: la strategia del nuovo management

Il gruppo sta riducendo il numero di etichette per concentrare risorse su poche categorie ad alta crescita.

Il nuovo amministratore delegato, Simon Hunt, ha sottolineato che non è sostenibile gestire la crescita di oltre settanta marchi. L’obiettivo è snellire il portafoglio e riallocare capitale su asset globali.

Nel dettaglio, sono circa trenta le etichette considerate meno strategiche. Queste coprono una fetta modesta dei ricavi, ma possono comunque generare interesse sul mercato.

Impatto economico e valore stimato dei tre marchi

I tre brand italiani messi in vendita assicurerebbero un giro d’affari significativo, secondo gli analisti.

  • Stima complessiva del fatturato: circa 80 milioni di euro annui.
  • Valore attrattivo per investitori privati e gruppi industriali.

Come si inserisce questa mossa nelle cessioni precedenti

La vendita dei tre marchi fa parte di una serie di dismissioni già avviate dal gruppo.

  • Cessione di Cinzano, poi passata a Caffo 1915.
  • Vendite di asset minori come il sito australiano di Derrimut e la piattaforma di e-commerce Tannico.

Questi movimenti illustrano una scelta precisa: puntare su pochi brand globali e rinunciare a molte etichette locali.

Focus sugli asset strategici: gli aperitivi al centro degli investimenti

La strategia manageriale privilegia gli aperitivi, categoria che pesa molto sui conti del gruppo.

Circa il 40% del fatturato proviene da marchi legati all’aperitivo. Tra i nomi che resteranno priorità di investimento figurano:

  • Aperol
  • Campari
  • Cynar
  • Crodino
  • Altri brand con forte potenziale internazionale: Espolon, Courvoisier, Wild Turkey.

Il gruppo punta anche a sfruttare nuove opportunità di consumo, come la diffusione dell’Aperol alla spina. L’obiettivo è sottrarre quote di consumo ad altre categorie, come la birra premium.

Prossime tappe: mercati esteri e vendite successive

Dopo le cessioni italiane, Campari potrebbe allargare il piano anche oltre confine.

I mercati in cui si prevede di iniziare le operazioni internazionali sono Brasile e Giamaica, seguiti dal resto del Sud America. L’idea è vendere brand minori non core e focalizzarsi su quei mercati dove i marchi chiave possono crescere ulteriormente.

Chi osserva e cosa cambia per i consumatori

La riorganizzazione potrà portare a cambi di proprietà senza stravolgere le ricette. I nuovi acquirenti spesso mantengono la produzione locale.

Per i consumatori, la transizione potrebbe tradursi in nuove strategie di marketing o distribuzione. Per i territori, invece, resta cruciale la conservazione delle identità produttive.

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